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Criminali stranieri: il nostro Sonderfall

articolo CdT 19.02.2016

di Bruno Balestra, pubblicato sul Corriere del Ticino il 19 febbraio 2016

Nel resto della Svizzera, con la partecipazione attiva di autorità politiche, religiose, culturali, giudiziarie e cittadini, infervora il dialogo democratico in difesa dello Stato di diritto, dei valori di libertà e rispetto della dignità umana. Nel nostro cantone i modi contrapposti d’intendere la qualità di vita, gli interessi economici e la sicurezza, si scontrano sul Gottardo e infiammano gli animi. Il dibattito ha avuto il merito di permettere al cittadino di farsi un’opinione e, fra le diverse paure evocate, scegliere quella che più lo preoccupa. Personalmente ritengo che la votazione sull’iniziativa dell’attuazione tocchi aspetti ancor più importanti di quella sul raddoppio del tunnel e mi spiace leggere e incontrare persone che, distratte dall’essenza del problema, mi accusano di voler difendere i criminali, quando ho passato una vita a fare l’opposto. Del resto anche il fatto che tutte le autorità politiche, religiose, istituzionali, culturali svizzere, assieme a tutti i partiti, siano contrarie all’iniziativa UDC, invece di far riflettere, viene evaso, adducendo l’ignoranza o la malafede delle persone che noi abbiamo eletto! Come se tutte fossero contro i cittadini svizzeri a favore dei criminali. Complici le alleanze con Lega/UDC nella campagna per il Gottardo, nell’iniziativa per le coppie sposate e il timore di perdere consensi nelle imminenti elezioni comunali, assai meno sono le voci che si sono profilate in difesa della democrazia. Difendere la democrazia non vuol dire accusare gli altri di esser nazifascisti o stalinisti, ma ricordare anche a loro che la libertà di cui godiamo è figlia dei diritti e dei doveri del cittadino, di quei diritti dell’uomo proclamati dalla Rivoluzione francese, dalle costituzioni moderne e dall’ONU. Sono i diritti di ognuno di noi, come individui: ognuno è chiamato a difenderli perché il popolo sovrano siamo noi. Non vogliamo però, almeno lo spero, la dittatura del popolo dove la singola persona non conta più nulla e i diritti sono uniformati per categorie o caste: oggi sono gli stranieri, domani potrebbero essere gli anziani, i malati, i giovani, i ricchi, i poveri. La democrazia dello Stato di diritto è quel delicato equilibrio fra individuo e collettività che permette a ognuno, nella sua diversità, di esser riconosciuto e rispettato. Per costruire questo equilibrio i poteri dello Stato sono separati e per rispettare ogni individuo la magistratura esamina ogni singolo caso. La storia insegna cosa è successo quando questo equilibrio si è rotto, quando un solo potere predominava sugli altri ridotti a esecutori, quando gli uomini non avevano più diritti e non erano più uomini. Siamo davvero convinti che togliere al Parlamento la competenza di fare le leggi, ai tribunali quella di giudicare i singoli, sia la soluzione migliore? Il Parlamento ha preparato una legge che l’iniziativa ha bloccato, una legge più severa e completa che, è vero, consente al sistema giudiziario di valutare eccezioni per casi minori di persone nate e cresciute in Svizzera, permette però anche l’immediata espulsione per reati più pericolosi: penso al finanziamento del terrorismo, che l’iniziativa considera meno grave, o a sommosse, attentati all’indipendenza dello Stato e reati contro la sicurezza della Svizzera, che non considera affatto. Se non abbiamo fiducia nei parlamentari che hanno fatto le leggi o nelle persone che abbiamo scelto per applicarle, che hanno sempre espulso i criminali pericolosi, abbiamo la libertà di eleggerne altre. Il rispetto della democrazia presuppone però il rispetto delle istituzioni e dei diritti umani di ognuno. Sono entrambi principi non negoziabili perché essenziali nello Stato di diritto. Riteniamo davvero che Parlamento e magistratura siano inutili e di saper fare leggi migliori che loro devono solo «attuare»? Pensiamoci bene: chi ci suggerirà le leggi da votare? Sappiamo che questa iniziativa è contraria ai diritti umani e lo sanno coloro che l’hanno proposta, che già ne hanno depositato un’altra per disdire l’adesione della Svizzera dalle Convenzioni sui diritti dell’uomo. Preferirei che i miei nipoti ricordassero la Svizzera come la patria della Croce Rossa e non come il primo Paese che ha denunciato gli accordi sul rispetto dei diritti umani, della dignità e della libertà. Perché di questo si tratta.


articolo19022016